I peggiori 150 anni della nostra storia

Dal 1993, molto più che una casa editrice, l’Editoriale il Giglio è un fortilizio coraggiosamente edificato a difesa della memoria storica delle Due Sicilie, una fucina impegnata a recuperare, riordinare e diffondere pezzi di storia che in 150 anni di retorica risorgimentale sono stati piegati alla propaganda. Editoria di battaglia che aggiunge alla prestigiosa collana di saggi un volume agile eppure documentato ed ineccepibile dell’appassionato e orgogliosamente neoborbonico Gennaro De Crescenzo. “I peggiori 150 anni della nostra storia” che, in tema di unificazione italiana propone ai Meridionali di oggi e alle classi dirigenti di domani numerosi spunti significativi, prende in esame numerose ed approfondite ricerche scientifiche di autorevoli studiosi del CNR, della Banca d’Italia, dello Svimez e le decodifica fornendo i parametri necessari per comprendere l’origine della questione meridionale, arrivando infine a trovarne le radici nel funesto 1861 laddove venne reciso il filo che teneva in sostanziale armonia governanti e governati.Nel ricostruire il quadro economico complessivo di quel delicato e decisivo passaggio tra la fine del Regno delle Due Sicilie e l’inizio della storia dell’Italia unita per poi raffrontarlo all’attuale situazione, non manca l’autore di far risaltare l’inesistenza di quelle questioni che solo allora germinarono e che sono oggi ancora vive sulla pelle del nostro paese, appunto duale e non certo Uno. Non rinuncia neppure ad additare i veri nemici del Sud, individuati innanzitutto tra l’élites politiche, economiche e culturali incapaci di fierezza, di “ribellarsi per la dignità offesa del Sud” come invece lo era il grande storico Bartolommeo Capasso, messo ai margini per fare posto alla cultura “ufficiale”, a una classe dirigente selezionata, formata ed asservita a chi maggiormente trae vantaggio e potere dal mancato sviluppo del Sud. Del nostro Sud utilizzato di volta in volta e secondo le contingenze, come un forziere da depredare, un mercato da colonizzare, un serbatoio di manodopera a basso costo, una discarica di rifiuti tossici, un cimitero di opere pubbliche concepite non già per il bene comune ma per dirottare miliardi in mani “amiche”. Una sfida culturale che non ammette scorciatoie e compromessi, in direzione d’un riscatto atteso troppo a lungo.