Petrolio lucano

Da oltre un quindicennio in Basilicata si estrae il petrolio, se ne parla poco, tant’è vero che sono in molti a credere che si tratti di poca cosa, ed invece stiamo parlando dei giacimenti petroliferi su terraferma più grandi d’Europa. Quasi tutta la produzione nazionale di petrolio, pari al 6 per cento del fabbisogno energetico italiano, 147 pozzi sul serbatoio della val d’Agri custodiscono, secondo stime ufficiali, circa 465 milioni di barili (finora ne sono stati estratti solo 11 milioni) che corrispondono a un tesoro di 50 miliardi di dollari. Una produzione destinata in breve a raddoppiare, considerato che poco più a nord sono pronte le trivelle di Total, Esso e Shell, per sfruttare i giacimenti di Tempa Rossa. Quando se ne ebbe certezza, per la Basilicata e per il Mezzogiorno sembrava una grande occasione, l’inizio di una nuova stagione che chiudeva quella dell’emigrazione, delle infrastrutture ferme al secolo scorso (a Matera, Patrimonio Mondiale dell’Umanità il treno ancora non arriva), qualcuno ha addirittura immaginato di poter avere la benzina a metà prezzo come in Valle d’Aosta dove non se ne produce neppure una goccia, invece poco alla volta l’entusiasmo ha lasciato il posto alla delusione e alla preoccupazione. I lucani difatti si ammalano di malattie infettive, respiratorie e di tumore ai polmoni ben più del doppio del resto degli italiani e sono chiamati a far fronte ad un elevatissimo rischio di contaminazione delle falde acquifere che sta minacciando le produzioni agroalimentari d’eccellenza.

Mano a mano che sono stati resi noti (sottovoce) i termini per lo sfruttamento dei giacimenti, alla delusione e alla preoccupazione si sono poi aggiunti collera e rancore; le potenti holding petrolifere che operano in Lucania, sono state autorizzate a pagare le royalties più basse del mondo. Provvigioni che sono una forma di “compensazione ambientale” e che qui equivalgono ad un misero 7 per cento che stona con una media mondiale che supera abbondantemente il 50.

Già nel 1958 Enrico Mattei riteneva un insulto il 15 per cento che le “Sette Sorelle” versavano ai paesi produttori e considerava quella percentuale una reminiscenza colonialistica della politica energetica. La Basilicata alla stregua d’una colonia dunque? E se accadesse in val Padana?