Clandestini

Gli italiani hanno ben metabolizzato la lezioncina e adesso, sono capaci di distinguere immigrato da profugo, rifugiato da clandestino, fuggiasco da irregolare. Pare che però in tanti tengano in scarsa considerazione che da che mondo è mondo chi vive in sfavorevoli circostanze, al di là delle definizioni, appena può va via.

Il numero delle persone che nel mondo sono ai margini, cresce rapido di anno in anno, ed è per questo che la piccola parte ricca del mondo deve (doveva) darsi da fare, e tradurre in fatti l’abusato “aiutarli a casa loro”.

L’Italia è particolarmente impreparata ad affrontare simile questione, sia dal punto di vista politico che culturale, tant’è vero che tutti (ma proprio tutti) gli stereotipi rinfacciati agli immigrati di oggi sono stati a torto rinfacciati a noi italiani il secolo scorso o solo pochi anni fa. (L’Orda – G.A.Stella 2002).

Per l’emergenza di questi tempi, al buon senso che ammoniva dal creare grandi concentramenti, ovvero luoghi senza qualità (Vendola) e imponeva di coinvolgere nel piano d’accoglienza tutte le regioni, anche quelle del nord (Lombardo), si è preferito rispondere “föra di ball”, o con raccapricciante sarcasmo “…gli immigrati meglio al sud, al nord prenderebbero freddo al pancino”. Si è preferito utilizzare l’evento amplificando le paure di quelle persone che le riverseranno sulle schede elettorali.

Le stesse paure del 1991 quando l’8 agosto entrò nel porto di Bari quello che sarebbe diventato il simbolo dell’immigrazione in Italia: il mercantile “Vlora” con ventimila albanesi a bordo, in fuga dalla miseria. Molti di quei migranti con le loro rimesse hanno consentito la ripresa economica dell’Albania, che non è più una realtà da cui fuggire, ma a cui tornare, e ci sono tornati. Altri sono rimasti in Italia: muratori, operai, tecnici che vanno a casa di tanto in tanto, stavolta col trolley, come tanti casertani.

Una storia ormai passata che dovrebbe presidiare la mente, affinché non v’attecchiscano le parole del Senatore (pensate un po’ Senatore) Stiffoni della Lega Nord: “L’immigrato non è mio fratello, ha un colore della pelle diverso. Peccato che il forno crematorio del cimitero di S.Bona per loro non sia ancora pronto”.

Con l’eco dell’inno nazionale nelle orecchie e le bandiere tricolorate ancora penzolanti, non posso non sentirmi più fratello di Petrit, Kristi e Uesli che di tutti questi Stiffoni, clandestini della mia terra immaginaria.