Piani e pianisti

Strade, ferrovie, scuole, rifiuti, ambiente… 100 miliardi, tanto sarà l’ammontare delle risorse disponibili per far funzionare il “nuovo” Piano nazionale per il Sud. Un Piano che segue temporalmente altri analoghi “Progetti, Programmi, Patti”, tutti rigorosamente per il Sud e tutti, dopo roboanti annunci, miseramente falliti.

Il gap tra nord e sud è ancora lì, anzi aumenta, e la pubblica opinione confortata da editorialisti dall’approccio sempre più liberista-dogmatico e sempre più padanocentrici, si è convinta che le colossali risorse per il Mezzogiorno sono uno spreco che attraverso mille rivoli finisce per alimentare clientele, corruzione e degrado.

Un viaggio tra le cifre (quelle della Banca d’Italia e del Ministero dell’Economia) sarebbe però istruttivo: si scoprirebbe che il fiume di denaro che bagna il meridione è solo un rigagnolo. Escludendo infatti dalla spesa pubblica la spesa corrente (sostanzialmente destinata agli acquisti e a pagare gli stipendi, quindi poco importante per lo sviluppo), resta la spesa in conto capitale, quella per intenderci destinata allo sviluppo, alle infrastrutture ed agli incentivi e che ammonta a circa 60 miliardi all’anno.

Nel 1999, ritenuta la quota del 38,6% destinata al meridione troppo bassa, si stabilirono i criteri di distribuzione territoriale di queste risorse, e si decise che la parte spettante alle regioni meridionali dovesse essere del 45% (è un dato di sintesi che tiene conto della spesa aggiuntiva, costituita dai fondi FAS e dei fondi strutturali europei), un obiettivo (in seguito ridimensionato) confermato da tutti i governi che si sono fin qui succeduti ma mai raggiunto, anzi allontanatosi nel corso degli anni fino al 34,9% del 2008 (ultimo dato disponibile sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico).

Non basta, anche le imprese pubbliche nazionali (ANAS, Ferrovie, ENEL, Aziende ex IRI, ENI, Poste) indirizzano fortemente la loro spesa in conto capitale (circa 20 miliardi annui) prevalentemente a nord, con il caso scandaloso delle ferrovie che intervengono nel Mezzogiorno quasi esclusivamente in presenza di finanziamenti comunitari o nazionali e riservano i loro interventi ordinari esclusivamente al centro-nord.

Di fronte a questo Piano nazionale per il Sud la nostra (intendo meridionale) classe politica dovrebbe essere capace di “inchiodare” il Governo a questo Piano, e su questo giocarsi tutto il residuo credito di cui ancora gode. Altrimenti queste idee geniali, questi progetti speciali, queste scorreggie mentali, che null’altro fanno se non appestare l’aria, se proprio non si possono trattenere (dicono faccia male), meglio farle più in là.