Prima i conti

Per come ci è stato descritto questo federalismo fiscale, sembra il medicamento miracoloso di tutti i mali, ma è stata una descrizione superficiale, fatta di slogan, che poco alla volta abbiamo assorbito e ora appaiono anche credibili. Assistiamo quotidianamente alla glorificazione delle sue qualità taumaturgiche, si ripete che rappresenterà anche per il sud un’opportunità di riscatto, anzi che è a sud che il federalismo produrrà i frutti migliori di un cambiamento culturale, smantellando le logiche che finora hanno determinato le sue classi dirigenti.

Queste e altre argomentazioni ci vengono da un partito che mosse i primi passi dicendo di voler “… amputare la cancrena in alto, a Pesaro”, che tuttora orgogliosamente esibisce la parola “secessione” nel suo statuto e che non manca di appellarsi alla giustezza dell’ognuno si tenga i suoi soldi e faccia da sè.

Tutto questo lo fa sbraitando contro chi (chi?) ostacolerebbe gli interessi del nord, minacciando rivolte in armi del popolo padano, più spesso insultando i meridionali, di volta in volta straccioni, piagnoni, cialtroni, ladroni, puzzoni.

Io lo so, mica pretendo che i nostri politici rispondano per le rime ai Bossi, ai Brunetta e ai Tremonti, lo so che con questa legge elettorale sono stati nominati come in una sorta di grande fratello, e difficilmente possono alzare la voce col padrone, ma almeno ricordare che il federalismo per funzionare dovrebbe applicarsi a territori che partono con le stesse possibilità, questo sì, che diamine.

Non si dovrebbe tacere che 150 anni di unità hanno costantemente incrementato un divario, prima inesistente, tra quelle che oggi sono, a tutti gli effetti, due Italie.

Il rapporto col quale la Svimez fotografa ogni anno il mezzogiorno ci racconta di una famiglia su cinque che non ha i soldi per andare dal medico, sette milioni di persone a rischio povertà, un Pil per abitante che regredisce ai livelli di dieci anni fa e pari a solo il 58% del Centro-Nord, l’industria che nel biennio 2008-09 ha perso 100 mila occupati e che, secondo l’istituto, è “a rischio d’estinzione”.

Una situazione senza precedenti, risultato di una disattenzione verso quella grandissima parte di cittadini onesti del sud, ai quali sono state negate le stesse opportunità dei cittadini onesti del nord. Si è finora preferito dare incentivi a chi investiva al sud perché carente d’infrastrutture, continuando a non fare le infrastrutture, e rendendo sempre meno conveniente gli investimenti al sud. Si è preferito ricorrere agli spot della “Banca del Mezzogiorno” del “Nuovo Piano Marshall per il Sud”, e nello stesso tempo si sono utilizzati i fondi FAS (del sud) come un bancomat per quote latte, cassa integrazione, navigazione del lago di Garda, e altro.

È per questo che le due Italie dovrebbero seriamente parlarsi e da pari ritrovare le ragioni dello stare insieme, e se queste ragioni non ci fossero più, pazienza, ma prima del federalismo fiscale, occorre fare due conti.