Ancora Garibaldi?

Confesso che la reazione scomposta della signora Parisi al mio articolo su Garibaldi non mi sorprende affatto, e sono ben lieto di leggere che anche lei reputi necessario “dire la verità storica”, e allora, cara signora, non accontentiamoci della favoletta rifilataci dai libri di scuola, andiamo negli archivi, nei catasti, nei registri parrocchiali, violiamo i fascicoli dimenticati o colpevolmente nascosti, ascoltiamo le voci di chi c’era, registriamo tutte le storie per raccontare la Storia.

Cominciamo col raccontare di quel Regno delle Due Sicilie che Lei dice povero, arretrato con popolazioni sottomesse e supertassate. Il patrimonio del Regno ammontava in oro a 443 milioni di Lire, più del doppio di tutti gli altri stati preunitari messi assieme(1); il debito pro capite era di 59 Lire contro le 262 del Regno di Sardegna(2); ai primi posti nel mondo per sviluppo industriale(3) settore che contava un milione e mezzo di occupati e che vantava tra gli stati preunitari: la più grande e moderna industria metalmeccanica (Pietrarsa), il più importante complesso siderurgico (Mongiana), il più grande cantiere navale (Castellammare di Stabia), la più florida industria tessile (5 stabilimenti con più di 1000 operai), la più grande cartiera (Fibreno), il 90% della estrazione mondiale dello zolfo (il petrolio dell’epoca)(4).

Fra gli innumerevoli primati mondiali del Regno, non si possono tacere: la prima cattedra di Economia e la prima di Astronomia, il primo teatro lirico della storia (San Carlo), la nascita della scienza archeologica con gli scavi di Pompei ed Ercolano, la prima accademia di Belle Arti, il primo codice marittimo, le prime leggi igieniche per la prevenzione ambientale e sanitaria, il primo osservatorio sismologico e tanti altri primati ancora.

Ma quello che più mi preme raccontare alla signora Parisi è la condizione del popolo Duosiciliano: era tra i popoli meno tassati al mondo e per di più con un sistema basato sulle imposte dirette (proprietà immobiliari); poteva contare su 8539 “stabilimenti di beneficenza” tra cui il Reale albergo dei poveri che accoglieva, formava e indirizzava al lavoro molte migliaia di persone che avevano inoltre la possibilità di usufruire degli “usi civici” nelle terre demaniali e dei monti frumentari; disoccupazione ed emigrazione pressoché inesistenti; la più bassa mortalità infantile; il maggior numero di amnistiati e il minor numero di giustiziati politici; primi al mondo ad usufruire di sistema pensionistico, asili nido e indennità malattia pubblici; il maggior numero di medici per abitante; il più alto numero di giornali e riviste; il primo cimitero pubblico per i poveri (Capodimonte) ed anche il primo dove venivano seppelliti insieme sia i ricchi che i poveri (Palermo).

Devo continuare? Potrei a lungo ma non serve, tanto dovrebbe bastare a smentire la falsa cattiva nomea dei Borbone, dovrebbe instillare il dubbio sulla necessità di attaccare uno stato sovrano senza dichiarazione di guerra, dovrebbe consigliare la signora Parisi a domandarsi il perché proprio con l’arrivo di Garibaldi tutto questo terminò e nacque la questione meridionale.

Il punto è proprio questo, non la necessità di fare l’Italia, ma il modo con il quale è stata fatta. La conferma che la massoneria londinese abbia finanziato la spedizione dei mille, la leggiamo dagli atti del convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria” del 1988 organizzato a Torino con la collaborazione di tutte le Logge italiane, in quella occasione, lo studioso Giulio De Vita ci fa sapere di un finanziamento segreto di tre milioni di franchi francesi (oggi sarebbero molti milioni di euro), versati in piastre d’oro turche. Ma la presenza di navi inglesi che proteggevano lo sbarco a Marsala, la firma della resa dell’isola su un’altra nave inglese e il misterioso affondamento (è stato recentemente confermata la dolosità dell’atto) del piroscafo “Ercole” di Ippolito Nievo amministratore dei fondi segreti della spedizione e che trasportava tutti i documenti contabili, ce l’aveva già fatto sospettare.

La corruzione degli alti ufficiali borbonici, ormai unanimemente accettata a livello storiografico, non dimostra la debolezza del governo borbonico, non è difficile oggi come allora, e dovunque, trovare qualche “papavero” disposto al tradimento in cambio di decine di milioni di attuali euro.

Quanto a Garibaldi, lo scrittore cattolico vivente più ascoltato, Vittorio Messori, nel suo “Pensare la storia”, smentisce la presunta povertà di Garibaldi che sin dal 1854 disponeva del capitale sufficiente a comprare parte dell’isola di Caprera, dove la sua azienda agricola poteva contare su una trentina di dipendenti, 500 capi di bestiame ed un panfilo. Avrebbe potuto vivere da benestante, solo che i figli, Ricciotti e Menotti, si misero a speculare sul boom edilizio di Roma divenuta capitale, partecipando a quel “sacco urbanistico” che in pochi anni distrusse la vecchia Roma, e ci rimisero le penne. Fu a quel punto che le difficoltà economiche di casa Garibaldi furono risolte dal Governo che deliberò un “Dono di gratitudine nazionale” di 50.000 lire l’anno per tutta la vita, pari alla rendita di due milioni di lire-oro. Da qui l’”Eroe dei Due Milioni” inventato dalla rivista dei padri gesuiti “La Civiltà Cattolica”. Proprio grazie agli articoli apparsi su questa prestigiosa rivista (meritoriamente raccolti in volume dalla casa editrice “il Giglio”) nel decennio successivo all’unificazione, possiamo conoscere molte cose di quel periodo, compreso il milione di morti che la repressione dei briganti (in realtà patrioti) comportò (proprio Garibaldi autorizza la strage di Bronte ordinando di inviare una forza militare per sopprimere immediatamente i disordini che minacciano le proprietà inglesi)(5).

No, non scimmiotto la lega, l’Italia mi è cara, se non altro perché è costata soldi e sangue di meridionali.